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Intervista a Fabio Rotella

published on: 13 gennaio 2014
Intervista a Fabio Rotella
Fabio Rotella, un nome conosciuto nel panorama globale per la poliedricità di interessi, che la portano ad affrontare contemporaneamente progetti di spazi, di oggetti o ancora progetti di comunicazione di un brand. Come cambia la sua metodologia progettuale a seconda dei differenti ambiti affrontati?
Consulenza, architettura, interior design, prodotto: il modus operandi è sempre lo stesso perché parte dalla considerazione che bisognerebbe progettare per rendere migliore il mondo . Garantire, incrementare la qualità e l’esistenza dell’uomo deve essere il proposito ultimo di un fare progettuale che non include distinzioni tra un campo e l’altro ma che ha piuttosto come “molla” una grande responsabilità creativa. In questo cerco di essere portatore di un nuovo umanesimo, ossia di un compito che sappia mettere nuovamente l’uomo al centro dell’attenzione, sviluppando per esso prototipi all’avanguardia. La cultura italiana per la quale siamo conosciuti all’estero si basa su pensieri e filosofie ed è proprio a queste basi che un progettista deve continuamente guardare nel momento in cui lavora. Non abbiamo bisogno di oggetti iconici vuoti di contenuto, né di nuovi arredi che non nascano da una visione più profonda delle necessità sociali. Nel mio impegno di progettista cerco dunque di attenermi alle esigenze funzionali prima ancora di quelle estetiche, per non ricadere nella dimensione autocelebrativa e quindi dannosa.  
Il suo percorso professionale inizia dalla collaborazione con l’Atelier Mendini. Qual è l’eredità che le ha lasciato il maestro?
Posso dire di essere cresciuto in un clima estremamente eterogeneo e stimolante e l’incontro con Alessandro Mendini non ha fatto che rinforzare un atteggiamento che in parte avevo già largamente assorbito nell’ambiente domestico. Mia nonna era stilista, mio papà architetto e lo zio Mimmo Rotella un celebre artista e pittore, esposto in numerosi musei di tutto il mondo. Ho trascorso infanzia e adolescenza in una condizione molto dinamica dal punto di vista culturale, dove si discuteva di cinema, di arte, di scultura, di architettura, di dettagli preziosi, di materiali. A seguito della laurea in architettura presso l’Università di Roma con una tesi in industrial design, ho frequentato la Domus Academy, all’epoca vera e propria fucina creativa dove insegnavano personaggi come Ettore Sottsass, Andrea Branzi e lo stesso Alessandro Mendini. Questo percorso scolastico si è rivelato fondamentale per la mia preparazione e mi ha portato alla collaborazione con Mendini, nel cui studio ho lavorato continuativamente dal 1990 al 1995. Presso di lui ho agito come una sorta di “player libero”: sono stato investito di grande responsabilità e libertà. Il fatto di non aver raggiunto con Alessandro Mendini alcuna specializzazione (mi occupavo nello stesso momento di architettura, di prodotto industriale, di interior) ha confermato la credenza e l’orientamento ad una professionalità aperta, multipla e flessibile. Ed è proprio questo background che mi ha permesso di aprire, nel 1996, il mio studio e di muovermi con disinvoltura nei molti settori che ancora oggi contraddistinguono la mia attività.
Per quali aziende italiane svolge un ruolo di consulenza e art director?
Proprio per l’esperienza fatta in Atelier Mendini, negli anni mi sono occupato della direzione Artistica di alcune aziende attive in vari settori merceologici come Heineken, Budweister, Absolut Vodka, Mc Donald’s, Swatch, Bisazza, Fiat, Breil, Benetti.
Oggi sono Direttore creativo di Benetti, Payanini, Avoncelli, e svolgo diverse consulenze per Heineken. Quest’anno ho iniziato due nuove interessanti consulenze con Fuda Marmi, con la quale sto affrontando una nuova collezione di superfici e oggetti, mentre altra preziosa collaborazione è quella della Murano Luxury Glass, marchio nato da una profonda ristrutturazione dell’azienda Formia International con l’obiettivo di tutelare un vero e proprio patrimonio produttivo come è quello del vetro di Murano e di aprirlo ad una dimensione internazionale. In questo caso, una comunicazione dal carattere maggiormente contemporaneo e l’avvicinamento di una realtà chiusa come quella del vetro muranese con il mondo del fashion diventa uno stimolo per far rivivere l’eccellenza italiana e per continuare ad alimentarne la capacità attrattiva nei confronti dei mercati stranieri. Il design e l’artigianato hanno necessità di sfondare i propri confini per penetrare all’interno di settori ancora inesplorati. Così, sempre per Murano Luxury Glass, ho disegnato una piccola scultura che è stata consegnata ai vincitori delle diverse categorie del premio per il 10th Venice Movie Stars Photography Award, riducendo le distanze tra il nuovo brand ed il mondo delle arti applicate. E sto mettendo a punto, per l’azienda veneziana, una serie di complementi destinati a realizzare un ampliamento degli orizzonti.
Qual è la sua interpretazione progettuale dell’idea di lusso?
Il concetto di lusso è associato in Italia alla maestria della lavorazione dei materiali, ottenuta mediante una manualità unica, ed è radicato all’interno di un progetto culturale intenso.Il lusso sta nell’attenzione al miglioramento della vita dell’uomo, nelle maestranze sapienti che hanno saputo delineare un prodotto equilibrato apprezzato all’estero. In questo senso il lusso diviene l’esclusività di qualcosa confezionato ad hoc; ben lungi quindi dal prodotto industriale, anche se di design, che non cela certamente il valore della produzione. Quello che interessa nei paesi al di fuori dei nostri confini territoriali è il concetto sartoriale e in questo senso il nome del designer dietro un oggetto, un arredo, un complemento, è del tutto superfluo.
Nei miei progetti cerco sempre di partire da un pensiero di ordine culturale, legato ad un determinato contesto geografico, o sociale o ancora ad una realtà artigianale. Si sviluppano così, per esempio i complementi disegnati per Murano Luxury Glass che interpretano una Venezia mascherata, enigmatica. O ancora i piccole Abat-jour di Venini, che recuperano la tecnica millenaria della soffiatura del vetro applicandola ad una forma contemporanea. Cerco di trasmettere l’idea di lusso, come preziosità dei materiali, mediante un atteggiamento umile, che recupera valori e stilemi storici per ripensarli, elaborarli.
Su quali progetti sta attualmente lavorando? Quali in particolare riguardano il settore del contract?
Ho concluso da poco uno straordinario progetto realizzato su commissione del Ministero Italiano per i Beni e le Attività Culturali, che mi ha conferito l’incarico del primo Museo Italiano permanente all’estero, il cosiddetto “Spazio Italia” all’interno del National Museum of China in piazza Tian’Anmen a Pechino.
Dopo questa interessante esperienza ho aperto uno spazio di circa 800 mq nel quartiere 751 dal nome “Italian Living Experience” con al suo centro lo Studio Rotella Beijing. Il progetto, inaugurato nel luglio 2012, è stato accolto con grande entusiasmo, registrando uno straordinario successo di pubblico. Ho concepito lo spazio come un grande salotto delle eccellenze italiane, una vetrina dinamica e affascinante del mondo e delle capacità artigianali italiane. E’ un luogo dove fare business, dove assorbire culturale, dove partecipare a mostre di fotografia, design, arte. Un luogo dove parlare del “Made in Italy” nel modo più corretto possibile, riproponendone i tratti più sinceri.  

Intervista a cura di Beatrice Vegetti
Pubblicata sul n. 167 di SUITE


Per saperne di più su: STUDIOROTELLA

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