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Intervista a Maurizio Favetta

published on: 31 luglio 2013
Suite: Come giudica i vantaggi e le criticità della progettazione alberghiera all’estero rispetto al nostro paese? Maurizio Favetta: Non penso sia corretto parlare ne’ di vantaggi, ne’ di criticità.  In ogni progetto alberghiero il confronto è con interlocutori che possono essere più o meno complessi.  Il progetto stesso, la sua location, le caratteristiche architettoniche e le esigenze funzionali, determinano vantaggi e svantaggi nella progettazione. Per un progettista il valore fondamentale è quello che io chiamo la ‘liberta’ non vigilata’. Cioè la certezza di potere incidere in modo significativo in ogni singola decisione strategica del progetto, anche se all’interno di una dialettica costruttiva con tutto il Team coinvolto.  Ecco un aspetto dove all’estero riscontriamo un certo equilibrio, almeno nei paesi dove viene adottato il modello anglosassone come riferimento:  organizzazione, metodologie, rispetto dei ruoli.  Attenzione però a non commettere errori; nelle fasi operative non è permessa alcuna distrazione.  Questo modello ha prodotto e sta producendo la maggior parte delle opere più significative all’estero, in una rincorsa all’efficienza e alla sistematizzazione funzionale.  Per riprodursi, il sistema adotta sempre più spesso aziende di ingegneria a cui vengono assegnati ruoli di progettazione creativa.  Scelte dettate da esigenze produttive: velocità, sicurezza, economie.  In questa situazione, noi come progettisti puri, dobbiamo insistere per incidere maggiormente nei progetti, utilizzando l’aspetto comunicativo dell’architettura, entrando con la poesia dello spazio, pur mantenendo una ottima efficienza aziendale. Suite: Dalla sua esperienza in un contesto estero, quali ritiene siano gli spazi per l’ospitalità, pubblici o privati, a cui viene attribuita maggior importanza? Maurizio Favetta: Sicuramente le aree comuni crocevia del pubblico ed in particolare le halls. Qui si gioca l’aspetto comunicativo dello spazio, la sua piacevolezza, la capacità del brand alberghiero di essere distintivo, di creare la consuetudine come elemento di tensione e rassicurazione nell’ospitalità.   La scelta estetica e funzionale della hall è l’elemento anticipatore, il disvelatore graduale del segreto. In fondo l’hotel è una scenografia cinematografica dove il pubblico ambisce ad una parte, una piccola porzione della sua vita all’interno di un film. Il fuori casa, fuori ufficio, fuori da tutto.  Questa è una delle motivazioni per cui sono cresciute le sperimentazioni di linguaggi e le contaminazioni nelle aree comuni degli hotel. La hall di un albergo è un terreno con meno vincoli funzionali se non quelli della garanzia di una certa privacy per i propri clienti. Quindi è li che si può osare. Reception personalizzate con singole postazioni o banchi kilometrici per enfatizzare la monumentalità. Aree di relax  diversificate, open bars in grande evidenza. Personalmente cerco di comunicare lo spazio di ospitalità,  attraverso una condizione estetica di tipo narrativo.  Si tratta di un grande sforzo a monte del progetto, poiché la storia per me deve avere la funzione di  incisivo strumento di marketing. Per spiegare questo atteggiamento progettuale, ricorro all’esempio del progetto W Marriott Hotel di Cannes, sulla croisette, dove abbiamo realizzato la hall centrale.  Ogni scelta estetica ha come riferimento il cinema, in una armonia di messaggi visivi che fa rivivere sottilmente il glamour della pellicola. Come elemento centrale una gigantesca palma di Cannes, simbolo della città. Il tema narrativo traina il design attraverso metafore e sottili intuizioni. Il cinema esiste come atmosfera ma è aperto alle interpretazioni. Suite: Quanto incide la cultura locale nell’identità della sua firma di design? Maurizio Favetta: La cultura e le tradizioni locali incidono, nel senso che sono fonte di ispirazione e spettro di soluzioni immaginifiche. A me piace intrigare gli spazi con messaggi estetici  trasversali, a volte anche poco leggibili o comunque soggettivamente interpretabili.  Il luogo di appartenenza ispira le soluzioni progettuali perché la memoria condivisa ha un potente appeal dal punto di vista attenzionale.  Io intendo sempre e comunque reinterpretare il luogo e la cultura, trattenendone semplicemente l’odore. La soluzione estetica e funzionale deve essere sempre un passo avanti verso il nuovo.  In questo periodo stiamo realizzando un progetto che ha nella natura del luogo una forte caratterizzazione.  Si tratta del complesso Hotel Apartments ROTANA RHOSSOS ad Antakia nella regione turca di Hatay ai confini con la Siria. L’ambizioso progetto della catena alberghiera degli Emirati Arabi Rotana Hotels, 254 camere,100 appartamenti, spa di 1400 mq, spiaggia e pool landscape, sorgerà in una zona della Turchia pervasa da memorie storiche importanti: la presenza della prima chiesa cristiana e una grande tradizione di mosaici romani.  Hotel  modernissimo nel suo look, Rotana Rhossos ha come Pay Off di ingresso “Le tracce della Storia”, nel senso che sia nel landscape, che negli interni dell’hotel, frammenti di storia saranno i testimoni di un passato perduto: frammenti di mosaici romani inseriti in materiali modernissimi, effige cristiane ed ebraiche qua e la’ negli spazi, pietre locali alternate amarmi sofisticati.  Il messaggio del genius loci diventa motivo di rappresentazione e comunicazione. L’hotel non è più soltanto presente con la sua vocazione turistica ma come testimonianza della storia. Suite: Quali aziende italiane preferisce coinvolgere in un opera all’estero? Maurizio Favetta: Il nostro cliente tipo è interessato al Made in Italy sia dal punto progettuale che produttivo. La selezione di materiali, di arredi e di illuminazione  prodotti e realizzati da aziende italiane, è condizione di qualità estetica e realizzativa che cerchiamo di sostenere con tenacia. Poiché il nostro mercato di riferimento è il luxury, ci rivolgiamo ad aziende che abbiamo prima di tutto una tradizione artigianale, industriale; cioè che abbiano nel DNA la cultura del bello, e la vocazione alla sperimentazione. Ma la condizione più importante è l’esperienza e la frequentazione dei mercati esteri e la capacità interpretativa del linguaggio internazionale, la conoscenza dei processi e delle dinamiche nei paesi di riferimento, la familiarità con le lingue estere.  Il Made in Italy produttivo deve sapere competere con i fenomeni emergenti degli ultimi anni.   Una nazione come la Turchia per esempio, ha raggiunto standard di servizio altissimi e prezzi concorrenziali in tutti i paesi del boom.  Per quanto riguarda i settori merceologici, il chiavi in mano rimane il modello ideale: chiudere un progetto con un pacchetto globale di forniture. Tutto rigorosamente Made in Italy. Intervista a cura di Cristina Donati Pubblicata su SUITE n.164 aprile 2013

Per saperne di più su: MAURIZIO FAVETTA

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