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Intervista a Studio 63

published on: 31 luglio 2013
Suite: Come giudica i vantaggi e le criticità della progettazione alberghiera all’estero rispetto al nostro paese? Piero Angelo Orecchioni: Le opportunità e la scala degli interventi costituiscono un’indubbia opportunità in un momento difficile per la realtà professionale italiana. Esistono però delle complessità che riguardano specificatamente la cultura del progetto. In Cina, ad esempio, l’eccessiva  rapidità dei tempi tendono a sottostimare il processo progettuale e a dare importanza quasi esclusivamente al risultato finale. Questo rischia di ridurre il ‘progetto’ ad ‘immagine’, cioè a prodotto replicabile senza comprendere il percorso culturale che lo ha determinato. Questo riduttivismo è molto rischioso anche dal punto di vista di future trattative professionali. Esiste poi un problema di linguaggio, il così detto minimalismo che tende ad esaltare geometrie pure e materialità essenziali non corrisponde ai gusti e alle aspettative dei paesi emergenti che prediligono forme e materiali che comunicano lusso, ricchezza ed abbondanza. Un esempio è il modo in cui vengono trattati i materiali.  Il legno, ad esempio, deve essere laccato o intarsiato per acquistare valore.  Per noi questo non è necessariamente vero perché abbiamo raggiunto maggiore consapevolezza della bellezza naturale del materiale, attraverso un lungo percorso di affrancamento dall’ornamentazione. Queste diversità, sia di forma che di sostanza, possono rendere critico il dialogo con la committenza. Suite: Dalla sua esperienza in un contesto estero, quali ritiene siano gli spazi per l’ospitalità, pubblici o privati, a cui viene attribuita maggior importanza? Piero Angelo Orecchioni: La qualità è diffusa ma sicuramente quelle che distingue la richiesta nei paesi emergenti è la dimensione degli spazi. La monumentalità degli ambienti è una sfida per il progettista italiano abituato ad una scala più contenuta e meno sfarzosa. Suite: Quanto incide la cultura locale nell’identità della sua firma di design? Piero Angelo Orecchioni: Il dialogo con la cultura locale è assolutamente determinante.  In controtendenza con il fenomeno dell’internazionalismo delle archistar, credo infatti che ogni progetto debba essere unico, sartoriale e identificativo del luogo e del brand a cui si riferisce. Il problema sorge quando la committenza è priva di storia, di identità culturale ma cerca solo un’immagine commerciale.  In questi casi, cerchiamo di spiegare l’importanza della riconoscibilità e di saper interpretare le tradizioni locali in chiave contemporanea.  Operazione non facile perché spesso il nostro percorso culturale non coincide con i gusti di paesi come la Cina o l’Oman dove le lavorazioni e le maestranze hanno un approccio diverso dal nostro.  Spesso infatti la cosa più difficile è proprio quella di concordare il brief di progetto. Abbiamo aperto uno studio a Shanghai ed uno a Hong Kong proprio per dialogare quotidianamente con i clienti. Suite: Quali aziende italiane preferisce coinvolgere in un opera all’estero? Piero Angelo Orecchioni: Sicuramente bisogna coinvolgere i grandi marchi perché sono una garanzia sia di qualità che di professionalità, qualità indispensabili in contesti extraeuropei. Per l’azienda Nero 3, abbiamo appena creato una collezione di arredi che abbiamo titolato “Taylor’s collectiom”, dove abbiamo cercato di coniugare  l’essenzialità delle nostre linee con cromie, texture materiche e, soprattutto, dimensioni ‘fuori scala’ che si adattano al gigantismo degli spazi e alla concezione del lusso dei paesi medio orientali. Intervista a cura di Cristina Donati Pubblicata su SUITE n.164 aprile 2013

Per saperne di più su: STUDIO 63

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